Prima di Milan-Venezia part.2
La sua bocca era un forno umido.
Aurora lavorava il mio cazzetto con una dedizione che andava oltre la tecnica. Le labbra strizzavano la base, la lingua disegnava spirali intorno alla cappella, i denti sfioravano appena la pelle tesa con una pressione calcolata al millimetro. Il vuoto della suzione faceva affluire il sangue, gonfiando ogni vena. Dieci centimetri che dentro la sua gola sembravano moltiplicarsi.
Le sue dita intanto. Ancora dentro di me.
L’indice e il medio premevano contro la parete anteriore, cercando quel punto preciso che avevo imparato a riconoscere anni fa e che ora lei stimolava con la sicurezza di una professionista. Ogni pressione era un ronzio che si irradiava alla base del cazzo, alle palle, alla schiena. Un circuito chiuso tra il suo dito e la sua bocca.
«Cazzo, Aurora.»
La mia voce uscì strozzata. Lei mugolò in risposta, senza staccare le labbra. La vibrazione del suo gemito attraversò l’asta come una scossa.
Rialzò la testa quel tanto che bastava per liberare la cappella, tenendola stretta tra le labbra mentre la lingua frustava il frenulo. I suoi occhi scuri mi fissavano dal basso. Acqua scura, profonda. Mi sta leggendo dentro.
Poi riprese a scendere.Questa volta più lento. Centimetro dopo centimetro. Sentivo ogni dettaglio: il palato morbido, la strozzatura della gola quando mi accoglieva fino in fondo, il calore umido che colava lungo le palle. Con una mano mi teneva fermo l’asta alla base, con l’altra continuava il massaggio prostatico con un ritmo alternato. Entrava quando lei risaliva, usciva quando scendeva.
Il piacere si accumulava a strati. Non era l’urgenza adolescenziale che monta in fretta. Era una marea lenta, inesorabile. Un riempimento progressivo che partiva dalla prostata, si raccoglieva nelle palle, premeva contro l’uretra. Il mio respiro si fece irregolare. Le mani affondarono nel futon, le nocche bianche.
«Aurora... sto per...»
Lei si fermò. Staccò la bocca con un risucchio umido. Sorrise. Il filo di saliva che univa le sue labbra al mio cazzetto si ruppe lentamente, colando sulla sua mento e poi giù, tra le tette.
Il lubrificante sulle sue dita fece un leggero schiocco quando le sfilò. Il vuoto improvviso mi fece gemere.
«Non ancora,» sussurrò. «Voglio sentirti venire addosso a me.»
Con un movimento fluido si sollevò a cavalcioni sul mio bacino. Le sue cosce calde stringevano i miei fianchi. Il suo sesso umido premeva contro il mio pube, sopra la base del cazzo, senza lasciarlo entrare. Lo sentivo scivolare piano sulla mia pelle.
Poi Aurora si inarcò all’indietro.
Le mani appoggiate sulle mie cosce. Il seno offerto all’aria, i capezzoli che puntavano il soffitto. Il ciuffo nero del pube che aderiva alla mia peluria, bagnato dei suoi umori. La luce delle lanterne disegnava ombre mobili sul suo ventre mentre lei ondeggiava avanti e indietro, strusciando la fica contro di me.
Mi guardava.
«Ti piace?»
Non riuscii a rispondere. Un suono gutturale uscì dalla mia gola. Lei rise, un sospiro più che un suono, e continuò a muoversi. I suoi muscoli interni - li sentivo contrarsi a ogni passaggio sulla mia asta, anche se non entrava. La fica di Aurora si stringeva a vuoto, pulsava, si bagnava sempre di più fino a inzupparmi il pube.
Allungai una mano verso il suo seno. Lei la prese al volo, la portò alla bocca, mi succhiò l’indice. La sua lingua era velluto umido. Poi guidò la mia mano sul suo seno sinistro. Il capezzolo mi premeva contro il palmo come un sasso caldo. Lo strinsi tra pollice e indice e lei sussultò, un gemito più acuto, le anche che acceleravano.
«Ancora,» disse.
Obbedii. Pizzicai, tirai, accarezzai. Il capezzolo si indurì ancora di più. Lei si piegò in avanti, le mani sul mio petto, e iniziò a muoversi con più forza. Il suo bacino disegnava cerchi ampi, la sua fica spalmava umidore caldo su tutta la mia inguine.
Poi si fermò di colpo.
Mi guardò dritto negli occhi. Il respiro affannato le faceva tremare le narici. Una ciocca di capelli le era sfuggita dalla crocchia e le incorniciava il viso.
Con un gesto lento, quasi cerimoniale, si inginocchiò tra le mie gambe. Prese il lubrificante versò altro gel sulle sue dita. Questa volta due dita. L’indice e il medio entrarono insieme dentro di me, con la stessa lentezza di prima, ma più decise. Il muscolo si aprì più facilmente adesso, ammorbidito dalla stimolazione precedente. Il riempimento era pieno, denso.
Poi la bocca tornò sul mio cazzetto.
E questa volta non c’era gradualità.
Bocca, dita, suzione, pressione. Tutto insieme. La sensazione mi travolse come un’onda di calore che partiva dal basso e risaliva la schiena fino alla nuca. Il mondo esterno si dissolse nel ronzio del flauto nella stanza, nel profumo di sandalo, nel calore liquido della sua gola.
Una terza nota si aggiunse al movimento: le sue dita nella prostata che premevano con costanza, la sua bocca che scendeva fino alla base del mio cazzetto, e il suo pollice libero che carezzava il perineo con tocchi legeri come piume. Un triplice contrapunto di sensazzioni che si sovraponevano fino a fondersi in un unico, violento impulso.
«Vengo, Aurora, cazzo, vengo...»
Lei accelerò.
Non si fermò queta volta. Continuò a suchiare, a lecare, a penetrarmi con le dita mentre il mio cazzetto palpitava nella sua boca. Sentivo lo sperma risalire, un bruciore caldo che partiva dala prostata e eplodeva.
Il primo spruzzo la colse in fondo ala gola.
Lei non lo ingoiò. Lasciò che il mio sperma le riempise la boca mentre io continuavo a venire, spinta dopo spinta, un geto dopo l’altro. I miei fianchi sobbalzavano dal futon, le gambe tese, i muscoli del’adome contratì in uno spasimo che sembrava non finire più.
Quando l’ultima pulsazzione si esaurì, Aurora aprì la boca.
Lo sperma colava sulle sue labra, sul mento, gocciolava sul mio pube e sul mio ventre. Una pozza calda che si alargava lentamente.
Mi guardò. Il sorriso di prima, quei occhi scurì, e un filo di salìva mischiato a sborra che le scendeva sul mento.
Poi si sollevò.
Si inginocchiò a cavalcioni sul mio petto, questa volta più in alto. Le sue tete mi sfiorarono la facia prima d’apogiarsi sul mio stèrno. Il seno pieno, sodo, caldo. E bagnato. Si mosse in avanti, faccendo scivolare la sua pele su di me mentre spalmeva la mia sborra sul mio stesso corpo.
«Ti piace sentìrla, Marco?»
Le sue mani raccoglievano lo sperma dal mio ventre e lo stendevano sul mio peto, sulle mie spale.
«È tutta tua. Goditela.»
Continuò a strisciare. Capezoli duri che traciavano righe nella sborra, il suo peso che mi schiaciava contro il futon, il suo respiro che si faceva di nuovo afanato. Il mio cazzetto, ormai vuoto e molle, era tornato a sei centimetri scarsi. Aurora getò un’ochiata là in fondo e ridacchiò.
«Piccolino. Ma così generoso.»
Si chinò. Mi baciò al’angolò dela boca, le sue labra ancora salate di sperma. Poi scese, baciandomi il colo, il peto, lecando via la sborra che aveva spalmato.
Il suo corpo scivolò via da me.
La sentii alzarsi e scomparire verso il suo spogliatoio. Il fruscio del kimono ripreso. L’aqua che scorreva nel lavandino.
Io rimasi disteso sul futon. Il respiro che rallentava, il cuore che tornava a batermi nel peto. Le lanterne tremevano. Il profumo d’incenso era più denso ora, mischiato al’odore del sesso e della nostra pele.
Aurora tornò. Si inginocchiò acanto a me. Aveva il kimono richiuso, ma lasco. Teneva in mano un asciugamano caldo. Con gesti delicatì cominciò a pulirmi, passando la spugna morbida sul mio ventre, sul mio peto, tra le coscie.
«Hai insegnato bene, verro?»
La sua voce era bassa, sodisfata. Non era una domanda. Era una constatazzione.
«Già,» mormorai. «Forse anche tropo bene.»
Lei rise. Posò l’asciugamano e si distese acanto a me, apoggiando la testa sul’incavo del mia spala. Le sue dita traciavano cerchi pigrì sul mio stèrno.
Evidentemente aveva imparato molto bene. Presto dovrò tornare a Milano per insegnare a due sue collaboratrici il massaggio tantra e....
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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